NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Proseguendo la navigazione del sito o cliccando su `Approvo` acconsenti all`uso dei cookie. Per saperne di piu'

Approvo

COOKIES

Cosa sono i Cookies
Un cookie è un file di testo che un sito web salva sul browser del computer dell’utente. Solitamente i cookie consentono di memorizzare le preferenze espresse dall’utente per non dover essere reinserite successivamente. Il browser salva l’informazione e la ritrasmette al server del sito nel momento in cui l’utente visita nuovamente quel sito web.

Uso dei Cookies

L’accesso ad una o più pagine del sito può generare i seguenti tipi di cookies:

  • Cookie      tecnici:      consentono il corretto utilizzo del sito. Possono essere di due tipi:
  • Persistenti:       rimangono memorizzati sul browser dell’utente fino a una certa data       preimpostata e variabile da Cookie a Cookie;
  • Di       sessione: vengono cancellati una volta chiuso il browser.
  • Cookie      analitici:      utilizzati dal server o da terze parti per raccogliere dati in forma      anonima e aggregata sull’utilizzo del sito web, la sorgente di traffico,      le pagine visitate e il tempo trascorso sul sito;
  • Cookie      tecnici di terze parti: utilizzati da      terze parti per consentire l’integrazione del sito con i profili social      per le preferenze espresse sui social network e la condivisione dei      contenuti da parte degli utenti.

Disabilitazione dei cookie
La maggior parte dei browser accetta i cookies automaticamente, ma è possibile rifiutarli. Se non si desidera ricevere o memorizzare i cookie, si possono modificare le impostazioni di sicurezza del browser utilizzato (ad es.: Internet Explorer, Google Chrome, Mozilla Firefox, Safari Opera, ecc…). Ciascun browser presenta procedure diverse per la gestione delle impostazioni. Indicazioni circa le modalità di gestione dei cookie possono essere acquisite consultando i siti ufficiali dei browser.

I PREDATORI DEGLI ABISSI

MICROSTORIA di Viareggio, "numero zero"
a cura del Centro Documentario Storico

I PREDATORI DEGLI ABISSI

Cercatori d’oro con lo scafandro

"Il 7 dicembre 1930, nelle acque davanti a Saint-Nazaire, in Francia, una tremenda esplosione travolse ed affondò l 'Artiglio, mentre si trovava impegnato nella demolizione del piroscafo Florence. Nella tragedia, che causò dodici vittime: persero la vita i palombari viareggini Alberto Gianni, Aristide Franceschi, Alberto Bargellini ed il marinaio Romualdo Cortopassi.
La storia dell'Artiglio inizia con Alberto Gianni, ma non è solo la storia del suo ingegno, del suo coraggio, ma è storia di uomini, che come lui, amavano prima di tutto il mare ed il loro non comune lavoro.
Uomini che sfidando gli abissi marini compirono imprese che ancor oggi, a distanza di tanto tempo e nonostante i progressi tecnici, non trovano ancora confronti nel campo dei recuperi alle grandi profondità.
Tutto ebbe inizio dall'incontro di Alberto Gianni, palombaro già famoso, con Giovanni Quaglia, fondatore ed amministratore della SO.RI.MA., una società di recuperi marittimi, impiantata da poco a Genova.
Al Gianni, la SO.RI.MA. affidò il compito di attrezzare la flottiglia destinata ai recuperi, ossia le navi Artiglio, Rostro, Raffio, e Arpione.
L'Artiglio
Con il Gianni entrarono nella società i palombari Aristide Franceschi e Alberto Bargellini, Mario Raffaelli, Raffaello Mancini, i fratelli Fortunato e Donato Sodini, Giovanni Lenci e Carlo Domenici, tutti della "scuola" del Gianni. Con una tale schiera di "predatori" nasceva una nuova era delle grandi imprese negli abissi marini. Iniziavano in quel periodo le immersioni non più con gli scafandri semirigidi o di gomma, ma con gli scafandri metallici, costruiti in Germania dalla ditta Neufeldt & Kufke. Il Gianni era preoccupato per quei moderni scafandri. A parte il pericolo costituito dalle giunture flessibili, che facevano acqua ad una pressione di 7 atmosfere, lo preoccupava il fatto che, con addosso simili "mostri", del peso di 4 quintali, i movimenti risultavano molto difficili e rendevano arduo il lavoro. Diceva: "L'uomo deve rappresentare soltanto l'occhio che osserva per guidare l'opera. E' assurdo pretendere che a 70 metri, bloccato da pressioni sproporzionate, egli possa usare le mani e le gambe. Assurdo e sbagliato ... ".

Così nacque l'idea della "torretta di osservazione" che, costruita e perfezionata dal Gianni, sostituì ogni tipo di scafandro. Con la nuova torretta furono portati a termine i recuperi dei preziosi carichi contenuti nelle stive dei piroscafi Washington, Ravenna, Umberto 1°, Eyloniam, Monte Bianco e Stromboli.
Di lì a poco, con i mezzi e gli uomini a disposizione, la SO.RI.MA. indirizzò la propria attenzione ai carichi contenuti nei relitti adagiati sul fondo dell'oceano. Non vi era più impresa impossibile per i palombari viareggini. Nel 1926, portarono in superficie il carico, costituito da 12 tonnellate di avorio, conservato nelle stive dell'Elisabethville a 72 metri di profondità e ritenuto ormai irrecuperabile dalla società assicuratrice.
Questo recupero dimostrò le potenziali capacità di impiego dei palombari viareggini e creò le premesse per l'impresa, la più grande e ambiziosa che mai fosse stata affrontata, della localizzazione e del recupero del prezioso carico dell'Egypt. Il piroscafo, colato a picco in un punto imprecisato nel tratto sud-occidentale della Manica, conservava a 130 metri di profondità 5 tonnellate e mezzo di oro e 43 tonnellate di argento, per un valore globale di 5 milioni e mezzo di dollari di allora.
Il 12 settembre 1929, l'Artiglio si diresse a Brest per occuparsi della localizzazione dell'Egypt, impresa già tentata inutilmente da francesi, inglesi, tedeschi, scandinavi e americani. L'Egypt era un vero "ago, nel pagliaio" e già solo la localizzazione del relitto fu un'impresa per niente inferiore a quella del recupero del prezioso carico.

Il 29 agosto 1930, dopo quasi un anno di ricerche, interrotte solo durante l'inverno a causa delle condizioni impossibili, dopo una drammatica immersione, che per poco non costò la vita al Bargellini, fu incocciato un relitto: era l'Egypt. L'esplosione dell'Artiglio La stagione era comunque troppo avanzata e un battello come l'Artiglio non poteva reggere il mare in pieno oceano. Si doveva rimandare tutto alla prossima stagione. Allora per non tenere inoperosi gli uomini, l'Artiglio fu inviato a Saint-Nazaire con il compito di demolire la carcassa del Florence che giaceva, con il suo carico di 150 tonnellate, tra esplosivo e munizioni, a 16 metri di profondità, ostacolando l'ingresso della baia. L'operazione di smantellamento era pericolosissima, data la natura del carico, e le autorità francesi non avevano mai permesso ai loro palombari di avvicinarsi a quella "polveriera subacquea". L'operazione di smantellamento consisteva nel far esplodere cariche per aprire un varco nella stiva della nave. La demolizione iniziò il 4 ottobre 1930. I palombari sistemavano le cariche, che venivano poi fatte esplodere dall'Artiglio tramite contatto elettrico, una volta raggiunta una distanza di sicurezza. Passavano i giorni ed il Florence restava sempre da demolire, nonostante aumentasse di giorno in giorno il numero delle cariche che venivano fatte esplodere; di pari passo diminuiva la lunghezza del cavo elettrico e pertanto anche la distanza di sicurezza.


Il Gianni scrisse al Quaglia circa il cavo elettrico, che ogni giorno era sempre più corto, e sui possibili pericoli che correva l'Artiglio a causa delle continue esplosioni, le quali, fra l'altro, avevano scarso effetto sul relitto del Florence. Intanto si avvicinavano le feste natalizie e cresceva negli equipaggi la voglia di fare ritorno a casa. Il 25 novembre 1930, Gianni scriveva alla moglie: "Qua i temporali si rincorrono uno dietro l'altro senza farci più mettere il muso fuori del porto. Questo stato di cose io l'ho comunicato alla Sorima, e particolarmente al Comm. Quaglia che sono certo prenderà provvedimenti, ci farà certamente rientrare in Brest per il disarmo, e quindi spero senz'altro venire presto a Viareggio. Ormai è un desiderio, venuto un'ossessione, ma che ormai non possiamo dilatarlo. Vedrai che da un giorno all'altro avremo ordini di rientrare".
Il Quaglia, alle continue richieste del Gianni, rispondeva perentoriamente: "Se vi interessa passare le feste a casa, dovete spicciarvi". E siamo alla domenica del 7 dicembre 1930. Il giorno fatale. Dopo aver piazzato le cariche, l'Artiglio si portò a distanza di sicurezza, questa volta a soli 160 metri - tale era la lunghezza del cavo elettrico rimasto. Il Gianni ordinò: "Dinamo!". Poi si guardò intorno e collegò i fili elettrici. Con un boato spaventoso, un'enorme colonna d'acqua e di ferro si sollevò al cielo: erano scoppiate tutte le munizioni e l'esplosivo del Florence. L'Artiglio ed il Florence non esistevano più.

La notizia della tragedia fece subito il giro del mondo.
Mario Raffaelli, palombaro del Rostro e poi capo palombaro dell'Artiglio II, in una lettera del 13 dicembre 1930, così descrisse il fatto: "Il relitto da demolire era, dodici anni or sono, un piroscafo carico di esplosivi, il quale andava a fondo per l'esplosione avvenuta nella stiva 1-2, nelle stive di poppa restava un numero di tonnellate non esplose. Palombari Nessuno avrebbe potuto sapere l'esistenza a bordo di questo micidiale nemico, dato il groviglio di lamiere che era divenuto il relitto Florence. Il giorno 7 c.m. l'Artiglio si trovava a lavorare a poppa, dato che il lavoro volgeva alla fine, e quindi più a contatto del micidiale nemico. Sei bombe fatte esplodere, davano l'accensione a questa enorme carica, che travolgeva la nave e la inghiottiva in pochi secondi, riducendola ad un ammasso di ferraglia. Proprio a poppa si trovavano molti dei dispersi, che dunque venivano investiti e travolti dalla enorme colonna d'acqua e materiale, senza certamente poter trovare una via di salvezza".
Molti pensarono allora che mai più si sarebbe parlato del recupero dell'Egypt. Ma un'ideale parentela di lavoro e di sangue aveva già dato i suoi frutti. Altri palombari, cresciuti alla scuola del Gianni, erano pronti a portare avanti l'impresa: Mario Raffaelli, Raffaello Mancini, i fratelli Sodini, il giovane Giovanni Lenci. Nasceva così l'Artiglio II e proseguiva nel progetto di strappare al mare il tesoro dell'Egypt.
Nel luglio del 1931, Mario Raffaelli scriveva: "I morti ci impongono di portare a compimento l'opera da essi iniziata per dimostrare al mondo che non furono dei pazzi".
Il tesoro dell'Egypt, con un'impresa che sa di leggenda, fu portato in superficie: già nel 1933 erano state recuperate 6 tonnellate e mezzo d'oro e 44 di argento, qualche tonnellata in più di quanto era stato denunciato all'assicurazione.
Il nome dell'Artiglio si tinse d'oro, ma sotto quell'oro, vi sono ed hanno maggior splendore, l'intelligenza, il lavoro, la fatica, il sudore, ed il sangue dei palombari e dei marinai viareggini. Operai semplici e modesti. generosi e grandi al tempo stesso."

Paolo Fornaciari