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Viareggio ed il mito di Shelley

Viareggio ed il mito di Shelley

Una chiesina anglicana, costruita nel 1909 in un appezzamento di terreno di proprietà della contessa Louise Jenison, tra la via Leonardo da Vinci e la via della Costa (attuale via IV Novembre), oggi trasformata in pizzeria, ed un piccolo cimitero “acattolico”, adiacente al camposanto comunale, testimoniano la presenza di una consistente comunità inglese nella Viareggio fra la fine dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento.
Un rapporto, quello fra gli inglesi e Viareggio, cementato da una disgrazia, dalla tragica morte di Percy Bysshe Shelley annegato nel mare al largo della costa viareggina, nel luglio 1822, quando questa non era ancora frequentata da una moltitudine chiassosa di bagnanti, ma si estendeva incontaminata dalla colorata presenza di ombrelloni e strutture balneari, con una folta pineta che infiammava di verde la distesa dorata della spiaggia vellutata.
Davanti a questa marina dalla natura selvaggia ed incantata Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, nel 1822 aveva costruito una graziosa e pretenziosa villa dalle cui stanze allargava lo sguardo nell’orizzonte marino. Dalla Villa, piccolo gioiello di architettura neoclassica, scrigno ed alcova dell’amore fra la bella principessa Borghese ed il giovane musicista Giovanni Pacini, Paolina scendeva in spiaggia per immergere nell’azzurro del mare il suo corpo statuario che Antonio Canova, anni prima, aveva immortalato nel marmo.
In quello stesso mare e sulla stessa spiaggia si consumò la tragica fine di Shelley.
Allora Viareggio stabilì un’ideale ed inscindibile congiunzione con la Storia, che l’aveva consacrata a predestinato “luogo del mito”. Ma veniamo alla nostra storia.
Percy Bysshe Shelley l’8 luglio 1822 partì da Livorno alla volta di san Terenzo, dove con la moglie Mary aveva preso alloggio nella dimora di casa Magni per trascorrervi l’estate, a bordo del “Don Juan”, uno schooner di 28 piedi costruito a Genova, che il Poeta aveva ribattezzato con il nome di “Ariel”.
Accompagnavano Shelley nella traversata il capitano ed amico Edward Eleker Williams e il marinaio Charles Vivian.
Dopo poche ore di navigazione un’improvvisa e violenta burrasca fece naufragare il piccolo veliero e disperse l’equipaggio.
Dopo giorni di vane ricerche in mare e lungo la costa, il 17 luglio il corpo di Williams fu ritrovato, quasi irriconoscibile, presso la foce del Serchio, dove fu sepolto. Il giorno dopo, il 18 luglio, il mare abbandonò sulla spiaggia di Viareggio, davanti alla folta pineta che dal Palazzo di Paolina Bonaparte si estendeva per tutto il litorale, il corpo di Shelley, trasfigurato dalla lunga permanenza in mare, dove, in ossequio alle disposizioni sanitarie vigenti, fu interrato nella sabbia e ricoperto di calce viva.
Anche il corpo di Vivian fu rinvenuto sulla spiaggia di Massa, dove fu bruciato sul posto e le ceneri interrate nella sabbia. A seguito del ritrovamento dei corpi degli sfortunati naufraghi, la Legazione inglese chiese al Ministro degli Esteri del Granducato di Toscana l’autorizzazione ad esumare il corpo del capitano Williams per trasportarlo nel cimitero inglese di Livorno per una degna sepoltura.
Analoga richiesta fu fatta al Ministro per gli Affari Esteri di Lucca dal cav. Dawkins, Incaricato d’Affari d’Inghilterra, per rimuovere i resti di Shelley, interrati sulla spiaggia di Viareggio.
L’esumazione e il trasferimento dei resti di Williams e di Shelley, era operazione contraria alle disposizioni sanitarie che, per timore di eventuali epidemie, proibivano esplicitamente il recupero di qualsiasi cosa abbandonata sulle spiagge dalle onde.
Quindi, per superare gli ostacoli burocratici senza contravvenire alle leggi, che prevedevano per i corpi di animali o persone trasportati dal mare l’immediato interramento nella sabbia o, dove la natura del terreno non lo permettesse, il bruciamento dei resti col fuoco, autorizzarono il rogo dei cadaveri e quindi il trasferimento delle ceneri.
Così il 15 agosto 1822, il corpo del capitano Williams fu esumato e bruciato su un rogo allestito in riva al mare. Il giorno dopo, sulla spiaggia Viareggio, in località “alle due Fosse”, i resti di Shelley furono arsi sopra un rogo di pino, alla presenza della moglie Mary, di lord Byron e altri nobili inglesi.
La cerimonia di cremazione, dettata da precise disposizioni sanitarie, fu vista dalla popolazione viareggina come la consumazione di un rito pagano. Nella fantasia popolare lo spirito del poeta si levò insieme alla colonna di fumo che si sprigionò dal macabro falò e per molti anni, per paura e per superstizione, nessuno si avventurò su quella spiaggia.
Col passare del tempo il ricordo del tragico avvenimento assunse toni da leggenda, contribuendo anche ad una straordinaria diffusione del culto di Shelley, “poeta del liberato mondo”. Il fato aveva legato il nome di Shelley a Viareggio, ma la città doveva celebrare ed immortalare nel tempo questa drammatica e sublime congiunzione.
Così, nel 1875, fu costituito un comitato per l’erezione di un monumento a Shelley, quasi per elevare il poeta a nume tutelare della città. Però si dovette attendere il 1890 perché, grazie all’impegno del consigliere comunale avvocato Cesare Riccioni e di Pericle Pieri, si riprendesse l’idea del monumento.
Allora fu formato un nuovo comitato, presieduto dallo stesso Riccioni ed affiancato da un Comitato onorario al quale aderirono illustri personalità come Felice Cavallotti, W. Glastone, Algeron Charles Swinburg, Ruggero Bonghi, Mario Rapisardi, Giovanni Bovio, Edmondo De Amicis, Enrico Panzacchi, Enrico Ferri, Michele Coppino e Menotti Garibaldi. In poco tempo furono raccolti i fondi necessari per il monumento, della cui realizzazione fu incaricato lo scultore Urbano Lucchesi. L’inaugurazione prevista per il 1892, in concomitanza con il centenario della nascita di Shelley, fu rinviata diverse volte causa imprevisti e contrattempi.
Finalmente, il 30 settembre 1894, nonostante le avverse condizioni meteorologiche, il busto di Shelley fu scoperto con rito solenne, alla presenza delle autorità cittadine, di un folto pubblico e di numerosi ospiti inglesi. Viareggio aveva eretto un altare all’oppositore di ogni tirannide e la notizia interessò tutta la stampa che prese posizioni contrapposte.
Fra le voci critiche riportiamo quanto apparso su La Domenica Fiorentina del 7 ottobre 1894: " E per farla finita coi monumenti, segnaliamo quello consacrato sulla Piazza Paolina di Viareggio al poeta inglese Shelley, morto annegato nelle acque del Tirreno e dai flutti portato sulla spiaggia viareggina.
In Italia ci saranno ben cinquanta persone che ne hanno letti i versi; tra le quali se ne contano almeno venti che li hanno intesi tutti; e cinque o sei che se ne sono proclamati entusiasti. E quei cinque o sei si son fatti promotori del monumento alla memoria di Percy Shelley; il quale fra tante sue disgrazie volute, cercate e premeditate; ha avuto la bella fortuna di chiamarsi Percy Bysshe, con un cognome inglese.
Percy Bysshe Shelley con tre issilonne; suona veramente bene in un discorso o in un articolo”. Lorenzo Viani, in uno scritto pubblicato nel 1922 nel numero unico “P. B. Shelley”, al quale collaborò anche Gabriele D’Annunzio, così descrisse il clima ostile che una parte della popolazione manifestò in occasione della cerimonia: “Quando il bronzo che ricorda il poeta, bronzo durevole soltanto nella materia, fu inaugurato in tutte le chiese di Viareggio si bofonchiarono preghiere fino a vespro perché l’effigie di un dannato da Dio veniva alzata alla gloria del sole”.

Paolo Fornaciari