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LORENZO VIANI E LA GRANDE GUERRA

LORENZO VIANI E LA GRANDE GUERRA


L’anniversario della Vittoria offre lo spunto per ricordare quel 4 novembre 1918, gli anni della Grande Guerra, ripercorrendo, in sintesi, l’esperienza di Lorenzo Viani “soldato” e la sua posizione nei confronti del conflitto attraverso i suoi “diari” e gli scritti autobiografici.
Viani in occasione dell’impresa coloniale di Libia è su posizioni antimilitariste, tanto che nel 1912 insieme al sindacalista Alceste De Ambris, risponde ai versi “Tripoli bel sol d’amore, sarai italiana a colpi di cannone” con l’album di disegni “Alla gloria della guerra” (su iniziativa editoriale della casa editrice “L’internazionele” e della camera del Lavoro di Parma), una agghiacciante rappresentazione degli effetti drammatici della intervento armato.
Successivamente si allontana dalla posizione antimilitarista e nel febbraio del 1915, durante una conferenza “sull’interventismo”, tenuta al Politeama da Cesare Battisti, si schiera dalla parte del Martire triestino contro i vecchi compagni anarco-sindacalisti che intervengono per impedire la manifestazione.
Nel 1927, in una lettera a Carlo Scorza, scrive: “Mi gettai a capofitto in mezzo agli imbestiati e fui calpestato e ferito”.
La sera stessa Cesare Battisti ringrazia ed abbraccia commosso Lorenzo Viani per questa sua forte presa di posizione. Alcuni mesi dopo, il 25 maggio 1915, Viani si presenta al Distretto per arruolarsi volontario, ma a causa dei suoi precedenti politici non viene accolto.
Deve attendere il 21 luglio 1916 per essere richiamato a vestire finalmente il grigio-verde. Dopo alcuni mesi di addestramento, prima a Genova poi a Piacenza, parte per il fronte dove viene a contato con la realtà della guerra, “sola igiene del mondo”, secondo Marinetti.
Dalle trincee del Carso scrive alla madre: “Scavo la terra a fondo, ma con allegria…Aspetto con rabbia il mio destino legittimo che è quello di distruggere le bestie dal piede piatto e dalla testa ferrata: gli austriaci e i tedeschi”.
foto Viani soldato Le immagini che vede tutt’intorno e che descrive con piglio epico nei suoi scritti - “le strade erano convertite in una marea muggente di una folla dispersa, in mezzo alla quale le maschie figure dei soldati spiccavano come frammenti di sculture classiche” - e nelle sue opere d’arte, per lo più disegni e carboncini realizzati su supporti rimediati nelle precarie situazioni del fronte (carta da batteria, bende ed asciugamani), confermano il suo credo: “Non è l’artista che imita la natura, ma la natura che si modella sulle visioni dell’artista”.
Davanti allo spettacolo quotidiano della morte alterna parentesi di serena distensione e di ricordo (“l’ottobre ritorna spesso alla memoria, perché nel mio paese l’estate si vive artificialmente…
L’ottobre, fin da ragazzo, mi è sembrato un richiamo ala meditazione.
Quanti pensieri profondi sono nascosti nella mia pineta di ottobre! Il vento che passa sui pini, la cui chioma rumoreggia come il mare in burrasca, è pieno di eternità”), seguiti da sprazzi di esaltazione (“Vorrei rendere l’ansia, l’inquietudine, la disperazione dell’animo mio. Vorrei incitare, vorrei gridare forte: O giovani la vita è bella nella libertà e nella lotta!”) e momenti di paura e di disperazione (“Minestra cotta, ammarcita, piena d’acqua, con nella gola voglia di vomito.
Sterco ammucchiato in un camminamento: freddo in tutto il corpo e voglia di fuggire. Pidocchi bianchi sulla camicia grigia… Piedi inzupparti d’acqua e di fango: rassegnazione.”) Il contato con la tragica realtà della guerra, che pure aveva concepito come tappa necessaria per la costruzione di un futuro di giustizia sociale, al fine mette scompiglio nel suo animo: “io qua scrivo come si fa la guerra, a ondate confuse come le ondate del mare nei giorni di libeccio…”.
Quando il 1 gennaio 1919 viene congedato esce da questa esperienza provato e disilluso, più tardi scriverà: “Ritornai a casa con 37 anni sulle spalle e con otto lire di trasferta…
A casa non trovai indumenti borghesi e dovetti per qualche tempo girottolare vestito nei panni grigio-verde, nonché sussidi di disoccupazione e trovai chiuse dall’odio scatenatosi dopo la guerra tutte le porte, tranne quella di quella donna che è oggi mia moglie”. Viani nel 1929 pubblica, per l’editrice Alpes di Milano, il romanzo autobiografico “Ritorno alla patria”, dove rappresenta l’esperienza della guerra, pur nella sua drammatica eccezionalità, come una parentesi di una dolente e tragica quotidianità: “Cosa è per noi la guerra?
Noi abbiamo fatto sempre la guerra, con la madre, coi fratelli, con gli uomini, con le bestie, la natura: siamo nati con la guerra nel sangue”.

Paolo Fornaciari